Gianfranco Ferraro
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Tracce


ITA
Quando ad un certo punto della vita percepisci che le fotografie che hai scattato negli anni non ti appartengono come credevi, piuttosto sei tu ad appartenere a loro, entri in un vortice di riverenza alchemica che svela il grande mistero: le fotografie raccontano quello che in quel determinato momento sei stato e ne lasciano traccia. Non è raro per un fotografo tornare sulle proprie tracce per riscoprirsi, è raro però che un osservatore esterno alla storia riesca a lasciarsi rapire, a identificarsi, a sentirne il suono, il profumo. Questo è successo al mio amico Saverio Cutrullà, che queste tracce ha deciso di renderle ornamenti per il suo ammirabile studio. Infinita è la stima che ha dimostrato nei miei confronti, altrettanta la mia nei suoi.
Grazie amico mio
Gianfranco Ferraro

ENG
When at some point in life you realise that the photographs you have taken over the years do not belong to you in the way you thought - in fact you belong to them -, you get into a whirlwind of alchemic reverence that unveils the big mystery: photographs reveal and leave traces of what you were in that particular moment. It is not uncommon for photographers to go back to their own traces in order to rediscover themselves. It is however uncommon for outside observers to the story to be able to let themselves be charmed by it, identify themselves with it, hear its sound, its fragrance. This is what has occurred to my friend Saverio Cutrullà, who has decided to turn these traces into ornaments for his admirable studio. He has shown great esteem for me, as I have for him.
Thank you my friend
Gianfranco Ferraro

ITA
RICONOSCERSI
Se penso a una fotografia che amo, non mi viene in mente l’immagine diun tramonto o di una placida marina. Quel tipo di bellezza preferisco viverla piuttosto che vederla in un’immagine. No, la prima fotografia che mi viene inmente è sempre quella della mia famiglia. Mi fa tornare in mente quellasensazione di fatica e coraggio, indispensabile per dare la giusta importanzaal lavoro, che mi ha accompagnato e fatto diventare uomo. Quando laguardo sento quel gusto un po’ amaro, ma al tempo stesso anche dolce,ancora mi accompagna e in esso mi riconosco. A sorprendermi è la capacitàdi quella fotografia di farmi riprovare all’istante un simile turbinio di ricordi esensazioni, ma credo che questo sia proprio il potere magico della fotografia,o meglio delle fotografie ben riuscite.Questo stesso effetto me lo hanno fatto le fotografie di Gianfranco quando le ho viste per la prima volta. E questo mi ha stupito perché se dall’immagine della mia famiglia era facile risalire alle atmosfere respirate al suo interno, i soggetti stavolta mi erano totalmente sconosciuti. La maggior parte di loro vive e lavora dall’altra parte del mondo, qualcuno invece è a pochi chilometri da casa, ma appartiene comunque all’infinita schiera degli sconosciuti. Eppure in queste immagini riconosco la stessa fatica, lo stesso coraggio e lo stesso modo di dare importanza al lavoro che mi hanno cresciuto. Nelle mani stanche di un anziano rivedo quelle di mio nonno. Nella
dignità di un lavoratore asiatico che scava la terra con strumenti rudimentali, ritrovo quella di mio padre, il coraggio con cui ogni giorno usciva all’alba per
tornare a tarda sera e guadagnare quanto serviva a non farci mancare nulla. Nella famiglia africana affacciata sulla porta di casa riconosco la serenità e la
forza che mia madre ci regalava dopo aver accudito la casa, un marito e due figli. Nel racconto delle vite di questi uomini, donne e bambini che non ho
mai incontrato, riscopro l’impegno che ho messo nel mio lavoro, spesso con la solitudine come unica compagna di viaggio.
Per questo ho deciso di farmi abbracciare da queste fotografie e sono grato a Gianfranco, amico di una vita, per avermi permesso di circondarmene. Perché in fondo sono anche loro parte della mia famiglia.
Saverio Cutrullà

ENG
RECOGNISING OURSELVES
If I think about a photograph I love, what comes to my mind is neither the image of a sunset nor that of a calm seashore. I prefer experiencing that type of beauty to seeing it in an image. No, the first photograph that comes to my mind is always that of my family. It makes me remember of that feeling of effort and courage - essential to place the proper importance on work -, which has accompanied me and has made me become a man. When I look at it, the slightly bitter but at the same time sweet taste that come with it is still with me, and I recognise myself in it. I am impressed by that photograph being able to instantly trigger such a whirlwind of memories and feelings in me, but I believe that that is precisely the magical power of photography, or better, of well taken photographs.
Gianfranco’s photographs had the same effect on me when I saw them for the first time. And this struck me as, if the picture of my family easily brought me back to the atmosphere I would breathe in it, the subjects of Gianfranco’s photograph were totally unknown to me. Most of them live and work on the other side of the world, some of them are just few kilometres far from home, yet they belong to the infinite crowd of strangers. Still, I can see the same effort, the same courage and the same way of considering work important I was brought up with. In the tired hands of an old man, I see my grandfather’s. In the dignity of an Asian worker digging the earth with rudimentary tools, I see my father’s, the courage with which he would leave home every day at dawn to get back late at night and earn enough to make sure we had everything we needed. In the African family looking out from the front door, I recognise the serenity and the strength my mother would give us after taking care of the house, her husband and her two children. In the life stories of these men, women and children I have never met, I rediscover my commitment to my job, in which solitude is often my only travel companion.
For this reason, I have decided to be embraced by these photographs and I am grateful to Gianfranco, my lifelong friend, for letting me be surrounded by them. Because deep down, they too are part of my family.
Saverio Cutrullà

ITA
Tracce di vita
Sono molte le domande che si pone il fotografo quando il dito sta per esercitare una pressione gentile sul pulsante di scatto. Sono molte le domande che si pone l’autore quando, al cospetto del lavoro svolto, sceglie le immagini per offrirle al mondo, liberandole dall’oblio di un’incorporea immaterialità. Sono molte le domande che si pone il curatore su cui grava la responsabilità di conferire fluida concretezza funzionale alle scelte
autoriali. E sono molte le domande che si pongono l’utilizzatore e il fruitore a fronte del risultato dell’iter generativo di un lavoro. Sono tutti interrogativi questi che hanno una radice comune, che mette in rapporto l’immagine con il dato esperienziale pregresso di chi le agisce, sia esso fotografo, curatore, utilizzatore o fruitore. Tutte le domande finiscono per riflettere decisioni emerse sulla base di valutazioni in cui il vissuto individuale gioca un ruolo fondamentale. Un vissuto fatto del bagaglio culturale e dell’esperito che definiscono ogni essere umano. Se fosse possibile esaminare l’infinita varietà di pensieri intessuti di sensazioni che si agitano dietro queste scelte, probabilmente sarebbe possibile concludere che a monte di questo processo non ci sia altro che il riconoscimento di quelle tracce che in qualche modo e misura attestano il passaggio di ognuno di noi attraverso l’esistenza. Il rapporto tra fotografia e morte è inscindibile e non si prefigura solo nel desiderio di lasciar traccia di sé ai posteri, bensì anche in quello di scolpire un segno nella coscienza dei contemporanei, una prova certa della propria storia. Questo rende possibile abbracciare e porgere l’idea di sé con immagini generate in luoghi e tempi differenti, accomunati solo dall’essere stati oggetto di scelte coscienti. Motivazioni dunque non necessariamente omogenee, ma sempre riconducibili a un analogo obiettivo. Una fenomenologia, che permette all’autore di esprimersi e (ovviamente) identificarsi, mentre nel fruitore si verifica un processo di immedesimazione in immagini figlie di un’altrui visione. A mediare il tutto, il curatore, obbligato a un processo empatico bilaterale. Oltre il mero livello iconico, per chi sa ascoltare quel che hanno da dire le immagini (e le scelte che le sottendono), si può udire l’eco delle risposte agli interrogativi generativi del lavoro nel suo insieme. Risposte che altro non sono se non una narrazione metaforica e allegorica al tempo stesso delle nostre vite.
Sandro Iovine

ENG
TRACES OF LIFE
Many are the questions that photographers ask themselves when their finger is about to apply a gentle pressure onto the shutter button. Many are the questions authors ask themselves when, faced with the work carried out, choose the images they intend to offer the world, setting them free from the oblivion of an incorporeal immateriality.Many are the questions editors ask themselves, being responsible to bestow functional fluid concreteness to the choices of the author.
And many are the questions end-users and observers ask themselves when admiring the result of the generative process of a job.All these questions have a common root, which establishes a relationship between the images and the previous experiences of those who act them, whether they are photographers, editors, end-users or observers. All the questions end up reflecting decisions made depending on evaluations in which each individual’s experience plays a key role. Experience made of the cultural knowledge and background that define each human being. Were it possible to examine the infinite variety of the thoughts imbued with the sensations behind these choices, we could possibly conclude that, at the origin of this process, there is nothing but the acknowledgement of those traces which somehow witness the passing through existence of each one of us.The relationship between photography and death is inseparable and is envisioned not only in the desire to leave behind a trace of ourselves for the next generations, but also in sculpting a mark in the conscience of peers, certain proof of our own story. This allows for embracing and displaying the idea of ourselves with images that were generated in different places and times, the latter sharing only the fact of being the result of conscious choices. Motivations that are therefore not necessarily homogeneous, but always driven by a similar goal. A phenomenology, which enables authors to express and (obviously) identify themselves, while observers immerse themselves in images belonging to someone else’s vision. Mediating it all is the editor, who must undertake a bilateral empathic process.Besides a simple iconic level, those who can listen to what images (and the underlying choices) say can hear the echo of the answers to the generative questions of the work as a whole. Answers that are nothing more than the metaphorical and, at the same time, allegorical tale of our own lives.
Sandro Iovine

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Link
https://www.gianfrancoferraro.it/tracce-r14718

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