Gianfranco Ferraro
Biasi e i suoi asini, Biagio, in arte Biasi, è un laborioso uomo calabrese di sconosciuta età. Non si sa molto di lui, schivo e solitario com’è, ma di certo la sua storia umana è trasparente
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Biasi e i suoi asini

Biagio, in arte Biasi, è un laborioso uomo calabrese di sconosciuta età.
Non si sa molto di lui, schivo e solitario com’è, ma di certo la sua storia umana è trasparente come poche. Già da piccolo ha lavorato quasi schiavizzato e non pagato presso i campi e le campagne delle famiglie ricche del luogo. E’ definibile un uomo macchina: lavora e fuma, fuma e lavora. Poi, un giorno Domenico Lucano come primo atto del suo percorso amministrativo, finito da poco, decise di puntare tutto sul welfare, dando la possibilità dunque alle fasce deboli della società riacese di potersi affermare. Mise in piedi una serie di cooperative esclusivamente locali, tra cui quella del servizio di raccolta dei rifiuti differenziati. Per superare l’ostacolo urbanistico, essendo Riace paese in collina e con viuzze strette a pietra, comprò degli asini. Un’idea ecologica e logisticamente ineccepibile. Biase, che fino a quel momento non aveva conosciuto altro che lo sfruttamento, improvvisamente fu investito da una responsabilità impensabile: il sindaco lo nominò capo degli asini. Accudirli, gestirli, pulirli, portarli a lavorare. Un compito importante, che assomiglia metaforicamente ad una favola dei tempi moderni.
“Alla sera il ritorno a casa ha sempre lo stesso odore acre della solitudine. Anzi, ogni momento è solitudine. Sveglia presto, fuma la mezza sigaretta spenta nel posacenere della sera prima, metti gli stivali, chiudi la porta e raggiungi quel campo. Taglia l’erba, metti la legna a posto, pulisci il giardino, gli attrezzi, le cose, i vizi altrui. Sono le 6 ed ancora mancano 12 lunghe ore alla fine. Il padrone si sveglia e manco saluta. Mi guarda dal balcone. Mi vuole vedere attivo. Non pensare. Già, io non penso. Quelli come me, quelli del sud del mondo, non pensano. Lavorano. Lavorano e mangiano. Favori, si, li chiamano favori. Vivo la vita facendo favori. Uno strano altruismo, dato che in quella maledetta scala sociale non sono manco iscritto.
Da quando Mimmo mi ha accolto nei suoi progetti la mia vita ha preso una piega assai diversa. Lui non è un padrone, mi paga pure. Ho due compiti stabiliti: curare gli asini, la loro casetta e raccogliere l’immondizia. Un bel lavoro, mi appaga.
La mattina presto, mentre tutti dormono, io vado dagli asini. Dicono che questi animali sono stupidi, ma ragliano appena esco di casa. Capiscono che sto arrivando da loro. Mi chiamano da lontano. Soprattutto riconoscono i miei passi. Non amo le persone e le cose. Amo gli animali. E gli parlo. Vedi quell’asino? E’ un mio amico. Ed io ci parlo, lo vesto di dignità e via a lavorare.
Sull’uscio di casa, mentre camminiamo a passo d’uomo, la signora Cosimina e non solo ci aspettano con i sacchetti di giornata. Vogliono parlare, scambiare due impressioni. Con me, si. Io ascolto. Non parlo bene, ma ascolto. Al solito farfuglio due/tre cose.
E alla fine quando tutto è stato fatto, raccolte tutte le immondizie e pulito per bene le strade mi fermo, bevo una birra, rigorosamente temperatura ambiente anche d’estate e poi via a riportare i miei compagni di lavoro nella loro casetta.
Si, devo confessarlo, ho vissuto proprio bene in questi anni. Questo carico di malleveria, questa scommessa che Mimmo ha voluto giocarsi senza pensarci tanto con me, ha ridato il giusto valore alla mia vita, l'ha riempita di gioia, pensate che mi sono anche sposato.
Mi rimane un dubbio però, perché io parlo poco, è vero, ma ascolto, sento e soprattutto penso, penso tanto! Ora che, per responsabilità non so bene di chi, le cose stanno cambiando nuovamente nel mio paesino, ora che a quanto pare vogliono demolire la casetta dei miei asini ci sarà qualche "PERSONA AUTOREVOLE" che crederà in me e nella mia "diversità" o tornerà tutto come era prima?

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