Gianfranco Ferraro
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Un giorno di ordinario lavoro



Le brick farm a nord di Phnom Penh, Cambogia 2012

Per questo viaggio in Cambogia ho deciso di tralasciare la parte situata a nord ovest, quella parte nota per i tempi buddisti di Angkor, privilegiando, a discapito della bellezza di quei posti che stimolano sensazioni elevate e spirituali, le zone che si sviluppano attorno alla capitale, più a nord est, verso Ratanakiri, consapevole che al ritorno avrei portato con me una serie di ricordi che difficilmente mi abbandoneranno; e questo di certo non in relazione alla bellezza o all’incanto dei luoghi, ma ad alcune realtà che hanno come protagonista assoluto l’uomo, nella sua condizione più triste e in ombra. Da questi ricordi hanno visto la luce due storie apparentemente distanti, ma in realtà non molto diverse tra loro, storie che mescolano il passato con il presente, il dolore con la denuncia: il Tuol Sleng Genocide Museum, e quelle realtà lavorative terribili che tutt’ora sono vive in più parti di questa sfortunata nazione. La storia delle immagini che seguono riguarda i dintorni di Battambang, a nord di Phnom Penh, dove ci sono molte fabbriche di mattoni; in ognuna di esse lavorano più o meno 3o persone, alle quali è concesso di vivere gratuitamente dentro la fabbrica con la propria famiglia. Lo stipendio di ciascun lavoratore è di 2.500/3.000 riel al giorno, meno di un dollaro, che basta appena per comprare il cibo per la giornata. Visitare una di queste fabbriche è un’esperienza davvero forte: quello che colpisce non è solo la condizione disumana del lavoro - lo sporco, la fatica, il sudore di questa gente - ma la mancanza totale di alternative e prospettive differenti. Questi uomini (e donne) lavorano in condizioni disumane, simili a bestie, e lavorano per mangiare. Non possiedono nulla soprattutto non hanno la capacità di immaginare un futuro diverso per se stessi e per i loro figli. Le abitazioni sono delle vere e proprie baracche che fanno parte della fabbrica, e all’interno di esse vivono gli operai con le loro famiglie; dormono per terra su stuoie e non ci sono tavoli, né sedie, né armadi. La giornata di lavoro si svolge come segue: ogni operaio, aiutato anche dal resto della famiglia, dopo aver zappato la terra per estrarne la parte argillosa, si carica in spalla la terra pesante e bagnata, la getta dentro un’impastatrice – i cui fumi saturano l’aria con la puzza di gasolio - dalla quale esce l’argilla lavorata sotto forma di un lungo e compatto blocco; tale blocco viene tagliato nella forma che sarà poi quella dei mattoni che a loro volta vengono caricati su dei carretti per essere trasportati all’aperto dove verranno fatti essiccare prima di essere infornati. L’impastatrice, una vecchia macchina alimentata a diesel, dissuade, inoltre, ogni tentativo di dialogo tra gli operai, questo a causa del rumore assordante che fa per tutto il turno di lavoro. I forni devono essere continuamente caricati e ripuliti dalla cenere perché il fuoco non si spenga. Un lavoro bestiale - svolto sotto lo sguardo vigile del proprietario della fabbrica - , lavoro per il quale l’unica capacità richiesta è la resistenza fisica. Si svolge in un caldo torrido di tettoie arroventate, fango, fuoco, polvere e cenere. I bambini più piccoli seguono i genitori, li aiutano, giocano, aspettano di crescere e diventare a loro volta produttivi. La scuola è un lusso che praticamente nessuno può permettersi. Finita la giornata, lavano l’unico vestito che hanno, cucinano la cena e vanno a dormire.

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